Non c'è nulla, dopo

scritto da Insideyou
Scritto 6 anni fa • Pubblicato 4 ore fa • Revisionato 4 ore fa
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Testo: Non c'è nulla, dopo
di Insideyou

La pentola sul fuoco vivo era divenuta rovente ed al suo interno la salsa iniziava a ribollire scoppiettando: era così quasi pronta per colorare e riempire di quel gusto peculiare il consueto pranzo della domenica.

Egli si era nascosto accuratamente ancora là, stava per violentarsi nuovamente, diceva però che quella era l'ultima e che stava cercando di comprendere cosa realmente accadesse nel cadere inerti ma vigili, nella conturbante sensazione del sommo piacere.

Diceva che una cosa era immaginare, debordare quella dipendenza con la moralità e la rettitudine, ignorando ed evitando ogni volta lo stimolo e la sfida, rifiutando il movimento ed il tranello del pensare che fosse il vecchio con l'inganno apparente del vestito nuovo, altro era trovarsi in essa e percepire come io avrebbe agito per imparare da quello stato di identificazione ed andarne oltre.
Così cedette, al limite supremo dello sforzo e del conflitto, dibattendosi sullo sfondo con la scelta, tremando già ancora prima per ciò che avrebbe provato di lì a poco, ritrovandosi improvvisamente così nelle nebbie fitte del pensiero che l'avrebbero confuso, narcotizzato e fagocitato tra le fauci della disfatta, per gettarlo subito dopo, ebbro e confuso, nel lago putrido e senza fondo delle colpe.
Era stato però tutto sapientemente architettato come sempre: essere abbindolati dal passato è davvero un attimo e pensare di non restarne intrappolati, è già l'azione stessa della memoria che ha avuto il sopravvento. Così scrisse sui social sul suo disagio, senza vedere che quella fuga nel piacere dello scrivere, se c'è direzione nel farlo, è proprio nel rileggersi e nel sapere di essere letti.

Poiché quel piacere è subordinato al rivedere ciò che si è scritto e all’essere certi che qualcuno lo faccia, diventa progressivamente importante non più ciò che si è scritto, ma come lo si scrive, coloro che lo leggeranno e la celebrazione dello scrivente, determinando così dipendenza ed isolamento da ambo le parti. Io dunque necessita sempre di una direzione per muoversi. Lui stesso la modella, attraverso il movimento tra le variegate esperienze che ha progressivamente accumulato nel tempo, formando e definendo la sua straordinaria struttura, con quella costante ma caotica azione del ripetere, addensare e reiterare. La direzione che io si adduce per perseverarsi, basata sull'ottenimento in ogni forma del piacere che gli dà forza e vigore, tende a farlo soffermare su determinati contesti peculiari, proiettati da quella porzione di memoria in cui si è identificato in quel momento e dalla quale pretende di rivivere, seppur con accurate modifiche, l'accaduto trascorso per soddisfarsi così nel produrre apparenti nuove sperimentazioni, che estendono quella memoria e le implicite sensazioni sensoriali: impronte che a loro volta espandono, modellano ed imprimono la conoscenza.

Questi schemi apparentemente isolati tra loro, come quello sessuale, quello lavorativo, quello religioso, quello sociale e quello interiore, che si manifestano caoticamente come una successione disordinata e frastornata di immagini, di eventi, di volizioni e di ostentate necessità, sono però meccanicamente congegnati e manovrati proprio da io che si serve di queste reiterazioni schematiche per occuparsi, per accrescersi e per accumulare altre cose su sé stesso: le principali modalità per dare vitalità al passato di cui è manifestazione, provare quel senso di sicurezza nello stabilizzarsi in esso e di auto celebrata abilità nel ripetere ciò che sa, identificandosi così con le varie sensazioni di piacere, di soddisfazione o anche di dolore e di sofferenza, che sopraggiungono come il traguardo agognato dopo i numerosi sforzi prodotti. In fondo è lo sforzo del raggiungere la ricompensa, che evita la punizione dell'insuccesso.

E così, desiderare e raggiungere con la volizione, la direzione che si è proiettata già nel vivere per vivere, diventa lo schema principale dell'io che si sofferma su qualcosa per poi pentirsi, giustificandosi o incolpandosi per sostenere quel compiuto, entusiasmandosi o ansimando per eccitarsi nel continuarlo, oppure biasimandosi nel ferirsi, mascherandosi o addirittura rifiutando ciò che è, per distruggersi. Quando l’indugiare su di una definita identificazione scelta dalla memoria non adduce più quel piacere appagante del godimento o quel piacere perverso del dolore, che derivano dalla rievocazione del passato proiettato come realtà, allora ciò farà soffermare io altrove, reiterando lo stesso ed unico movimento che conosce.
Del resto l'essere coscienti, confuso con l'essere consapevoli, è sempre il territorio ben strutturato e manifesto dell'io.
Può vedere allora io che lui stesso è lo schema, colui che lo proietta nella mente, lo stesso che lo direziona, l'attore che lo sperimenta ed alla fine il censore che approverà o rifiuterà l'azione svolta e che intanto è divenuta ulteriore memoria per la prossima reiterazione?
Che ama trascorrere il tempo nel giudicarsi, nel parlare tra sé e sé, nel deridersi persino, nel ripetersi di fare o non fare questo o quello, nell’erigersi giudice del proprio operato e millantarsi, compiacersi o odiarsi?

Se ogni volta non si osserva questo movimento in modo completo, consapevolmente, nel preciso istante del manifestarsi, senza riconoscere ed interpretare ciò che sta accadendo con la propria immagine di colui che sa, senza intervenire per modificare il visto con un'altra ennesima direzione imposta, che quella necessità di giudicare o di controllare ciò che accade vorrebbe ancora fare, senza misurare il vedere con il già visto e senza pensare di essere differenti da ciò che si percepisce, che è ancora il riportare diversamente il passato nel momento del durante, come si può andare veramente oltre il sé?
Dagli schemi non è possibile uscire, se si rimane attratti in essi pensando di non esserci più o combattendo in essi quelle battaglie cruenti con sé stessi per evaderne. Io può non essere, solo se non è più, solo se non gli si concede tempo, spazio e volume di pensiero che tende a misurare ed a riconoscere, coscientemente. E questo è davvero tutto, ovvero non ci può essere in alcun modo un dopo o un diverso, per poterlo scegliere.

La tavola ora era pronta, qualcuno aveva chiamato per iniziare il pranzo, la televisione recitava le solite sciagure e tutti avrebbero finto di stare insieme, nascondendo abilmente tutto questo con l’indifferenza gelida dell’ego.

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